Il pianista

Traducción del relato El pianista al italiano a cargo de mi admirada Giovanna Arnoldi.

Carta d’identità e fisionomia non sempre vanno di pari passo. Quelle, per esempio,del tipo che entrò in un bar del centro,un tugurio dove si riuniva marmaglia, scrittori e gente di malaffare. La prima dichiarava venticinque anni; la seconda che quell’età apparteneva ormai al ricordo,a giudicare dalla sua canizie.

L’ aspetto fisico —occhi neri, capelli ricci, costituzione solida, però magro come un giunco— suscitò più di un sospiro e molti sguardi interessati tra il pubblico femminile che accompagnarono la sua camminata, prima fino al bancone,poi alla ricerca di un tavolo dal quale assistere allo spettacolo.

La star della serata si chiamava Max Lucky —Maximiliano Gutiérrez nella carta d’identità—. Con quel nome non avrebbe mai sfondato nel mondo della musica; di questo si convinse un bel giorno…, da lì quel nome d’arte… e il suo piano che accarezzava con le dita lunghe e magre, una bottiglia di vodka Movkoskaya sempre a portata di mano e una voce seducente, nonostante un tono «tipicamente alcolico».

Alzando gli occhi dalla tastiera, s’imbatté con quelli del tipo. Lo faceva tra una canzone e l’altra per dare un’occhiata alla fauna presente e per innaffiarsi, al volo, con un sorso di Movkoskaya.

«Per sballarmi un po’…», era la frase che di solito condivideva con il pelame che assisteva ai suoi concerti, in uno dei pochi momenti di contatto con la realtà e con il pubblico che accorreva ad ascoltarlo, richiamato dalla sua leggenda.

Cosa suonava? Repertorio eterogeneo il suo: quello di cui sentiva il bisogno.

C’erano giorni in cui si cimentava con Memphis Slim o eseguiva ricami sulle note di Everyday I have the blues, o s’immedesimava con Richard Claydeman strappando alla tastiera una furente versione della sua Ballata per Adelina, dinanzi allo stupore iniziale dei presenti e poi alla loro soddisfazione per aver goduto, ancora una volta, di quel genio di Max Lucky.

Qualcosa colpì Max nello sguardo dell’ultimo tipo che si era seduto davanti a lui, insieme ad altri amici. Il suo modo di gesticolare, di inarcare le sopracciglia, di muovere le labbra, perfino di ridere… Rideva anche la ragazza che lo accompagnava.Bionda, coi capelli di media lunghezza. Molto bella.

Il tipo aveva richiamato la sua attenzione e, ogni volta che terminava una canzone, lo cercava con lo sguardo come, se quella notte, avesse bisogno di alimentarsi con quello del tipo per andare avanti, come se quello sguardo gli infondesse una dose extra di energia per dare il meglio di se stesso, quella notte.

«Quegli occhi neri», cavillò Max. E fu un pensiero repentino e crudele quello che scosse la sua imperturbabilità, trasformando i suoi occhi in due interrogativi lucidi. Le dita scivolarono erroneamente sulla tastiera strappandole due note sconnesse che non avrebbero dovuto esserci e che provocarono vari mormorii, tra il pubblico presente.

Sospirò, bevve un sorso dalla bottiglia di Movkoskaya e…… punto e a capo…., annuì in silenzio disposto a strappare nuove note alla tastiera. Però quegli occhi neri sorvolavano i suoi pensieri quelli che si erano ancorati, come un veliero,al riparo dalla tempesta. Il tipo si accorse della sua espressione e per un istante si guardarono in silenzio, tra nuovi bisbiglii e brusii del locale.

—Sai suonare?-—gli chiese Max. Altri mormorii.

—Un po’-—gli rispose il tipo, stupito. Ancora non credeva che Max Lucky lo avesse fatto oggetto della sua attenzione. Più di uno o di una o due tra i presenti avrebbero ucciso per godere di un tale privilegio.

Max si fece a lato della piccola panca, tappezzata di velluto,sulla quale sedeva .

—Seguimi-—gli ordinò.

Le due mani diventarono quattro; la tastiera si trasformò in un mare dove navigare e i tasti in onde da affrontare. Max guardava il ragazzo con la coda dell’occhio. Suonava molto bene. Seguiva il ritmo e, quando gli andava, incitato dal pubblico e inorgoglito dalle grida della sua compagna, improvvisava sopra le note.

Max sospirò.

Il duetto suonò qualche minuto in più, dopo che la sala era esplosa in una ovazione. Quella performance decretò la fine della serata e le luci appena accese indicarono l’uscita alla gente lì riunita. Max bevve l’ultimo sorso dalla bottiglia, per poi condividerla con il tipo che esitò ad accettare, finché non poté farne a meno, a causa dell’insistenza del pianista.

—Grazie mille! Avevo molta voglia di conoscerti….! —Il tipo parlava estasiato—. Mia madre mi ha raccontato alcune cose di questo locale ed anche di te. Contavi molto per lei.
—Suoni molto bene. Ti ha insegnato lei?
—Sì, adora suonare il piano. So unicamente che glielo insegnarono da giovane,niente di più.
—Brava maestra —ammise Max, dandogli una manata sulla spalla a mo’ di saluto, mentre annuiva, guardando il pavimento—. Torna quando vuoi. Mi piacerebbe vederti da queste parti —gli disse imprimendo un pozzo di emozione alla sua voce «alcolica». Credo che la tua ragazza abbia voglia di stare con te…

Li vide andarsene abbracciati. Max sospirò.

Sua madre…, gli aveva detto il ragazzo. Gli aveva parlato di lui e questo lo rendeva felice. Quello che fu e non poté essere. Decine di notti di piacevole compagnia e un amore impossibile al calore di un piano.

Vuotò la bottiglia di Movkoskaya. Domani sarebbe stato un altro giorno, aspettando che quel ragazzo tornasse per farlo sedere al suo fianco e suonare così vicini, finché la notte svanisse.
—Tornerà —sussurrò vedendo uscire la coppia dal locale.

Max Lucky ne era convinto.

Cose che solo i padri sanno dei propri figli.

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